Jahresabschlußtreffen 2009 in Turin
December 3, 2009
Diesmal ging es auf dem Landwege per Zug nach Turin, über Österreich und über den Brenner. Eine wunderschöne Landschaft erlaubte einen sanften Einstieg in die italienische Welt, einen “smooth approach”. Per Flieger geht es natürlich schneller, aber das Ankommen ist auch deutlich abrupter. Diese schöne dreitägige Reise wirkt natürlich noch nach.
Seit dem letzten Besuch dort ist das Projekt Memoro enorm gewachsen, sieben Länder sind nun online, Spanien sogar zweisprachig, und der ferne Osten mit Japan ist dazu gestossen, verschiedene gemeinnützige Organisationen wurden gegründet, verschiedene Projekte mit einigen Institutionen und Kommunen wurden gestartet bzw. sind kurz davor.
Das erste Buch ist in Italien erschienen mit einer beiliegender DVD und 40 Interviews : Io mi ricordo – Einaudi Stile Libero für 24,00 € ISBN 9788806199432 im Einaudi Verlag, ein schönes Weihnachtsgeschenk, auch und speziell für die Menschen, welche noch über keinen Internetzugang verfügen.
Die italienische Mannschaft der Banca della Memoria wurde um mehrere Personen erweitert, und ich möchte alle nochmals nachträglich begrüssen.
Eine wunderbare Adventszeit wünscht
Nikolai Schulz
Memoro – Die Bank der Erinnerungen e.V.
München
- Der neue Bahnhof in Turin
- Wunderschöne Briefkästen
- Lorenzo Fenoglio
- Pino Torinese
- Valentina Vaio
- Eugenio Villani
- La Veneria Reale
- La Veneria Reale
- La Veneria Reale
- Clelia Caldesi Valeri
- Luca Novarino
- Monte Viso
- Nikolai Schulz
- La Veneria Reale
- La Veneria Reale
TOUR ITALIA IN VESPA 2009: ULTIME DUE TAPPE
August 19, 2009
ULTIMO ATTO: L’ABBANDONO DELL’ALTOPIANO, IL LAGO DI GARDA, LONATO DEL GARDA E LA PIANURA (DOVE IL RETTILINEO E’ UNA TORTURA).
SABATO 15, DOMENICA 16 E LUNEDI’ 17
E’ pomeriggio ormai inoltrato quando lascio il rifugio “Kubelek”, sopra Cesuna. Oggi è il giorno dell’abbandono dell’altopiano. Un addio momentaneo agli immensi boschi, alle favole cimbre che non ho avuto tempo di ascoltare e agli gnomi. Visto da sotto, penso, l’altopiano è come staccato dalla terra. Galleggia là, chiuso tra le montagne venete, sospeso.
La porta che si apre davanti a me è un passo che si chiama Vezzena. I tornanti della strada mi fanno avvitare più in alto. Pochi chilometri e tutto sarà passato. La strada scelta punta verso Trento. Prosegue quindi il mio taglio verso Ovest, superando le varie valli alpine. Dal Giau di Cortina d’Ampezzo mi sono arrampicato tre volte verso l’alto. Se nelle prime due però c’era il fascino tecnico ed emotivo dell’effetto ottovolante, dopo quest’ultima ascensione si prospetta la distesa della Pianura Padana. Ci dovevo arrivare inesorabilmente, il termine della corsa del mio treno portava su questa binario. Ci penso, mentre le piccole ruote della Vespa scorrono veloci verso Sud. C’è un ultimo piccolo taglio da fare: quello del “diaframma” che separa la valle di Trento da quella del Lago di Garda. La velocità apre la prospettiva piano piano, senza però far vedere il lago. La distesa d’acqua appare all’improvviso, in basso. La scelta della strada da percorrere mi fa fermare un attimo. Quale sponda? Quella lombarda o quella veneta? Opto per quest’ultima, senza pensare però al grande traffico del giorno di ferragosto. Tutti i sapori e i colori di questo giorno di festa sono spalmati su questa sponda del Lago: le grigliate dei campeggi, le famiglie tedesche, le code lunghissime. Per la prima volta dalla partenza del giro sono un po’ stanco: il pranzo, la partenza nel pomeriggio, la lunga strada: tutti fattori estranei allo start dei giorni prima. Cerco una camera nel basso garda, a Bardolino. Impossibile: è tutto pieno. Mi dirigo ancora più a Sud. Niente da fare.
C’è però una stella polare in questa zona: si chiama Lonato del Garda, ed è il paese dov’è nato mio padre. Ammetto: l’avevo un po’ snobbato perché volevo svegliarmi in riva al lago. Avevo fatto male perché Lonato, nella sua fiera semplicità, mi accoglie immediatamente come un figlio prodigo. Di meglio non si può pretendere: locanda in una delle zone più vecchie del paese, camera perfetta, grande garage al chiuso per la Vespa. Benedico la fortuna e i sei alberghi al completo che mi hanno “rifiutato” e, ultimo ma non per ultimo, il mio istinto. La ragione, nelle scelte fondamentali, mi ha sempre tratto in inganno. Mentre sto per addormentarmi penso che questo è l’ultimo albergo, sono gli ultimi chilometri, sono gli ultimi momenti di questo viaggi in mezza Italia.
Ho tutto il giorno successivo per pensarci, sospeso nella mia bolla emotiva ormeggiata come una nave ad un tavolino di un bar nell ‘isola pedonale di Desenzano. Sfrutto la mia permanenza a Lonato anche per andare a trovare i miei lontani parenti. Scopro cose sorprendenti: dopo due settimane passata ad esplorare la vita degli altri è comico sapere di non conoscere molti particolari della vita passata della propria famiglia. Ripercorro a ritroso vicende e fatti, fino a fermarmi nel 1882, anno di nascita del mio bisnonno. Vedo una sua foto, la fisso. Romano, il figlio del fratello di mio nonno Dante mi dice solo: “Sai, per il particolare sguardo veniva chiamato ‘il mago’”. Comprendo, annoto, confronto i tratti dell’uomo della foto con i miei.
Il giorno successivo mi tuffo nella Pianura Padana. L’obiettivo di oggi è Piacenza, a un centinaio di km da Lonato. Rivedo il mio “amico” Po a Cremona: attraversarlo è sempre un momento epico. L’avevo già incontrato giorni fa, quando era intento a dividersi nel suo delta prima di alimentare il mare Adriatico. Nel porta-CD mentale in questi casi si inserisce una sola canzone. Quella dei Santa Caos, gruppo di amici di Fornovo. Titolo: il rettilineo è una tortura. E’ proprio così: dopo 2.000 km dovevo arrivarci, al mostro della pianura. Quello vero, quello fatto dai lunghissimi rettifili infuocati dal sole d’agosto. Quello che ti avvolge, quello al quale devi sfuggire percorrendolo il più velocemente possibile. L’ Aurelia e l’Adriatica in confronto erano un parco giochi: code, incroci, gente che attraversa, camion, il sapore del sale. Ma qui niente, zero. Prima che questi pensieri si concretizzino ho tempo di arrivare a Piacenza, rifugiarmi nel mio caffé preferito del centro storico e andare a trovare Giorgio Corvi. L’ultima persona da intervistare mi aspetta nella sua officina. I motori hanno caratterizzato la vita di quest’uomo. Concessionario di svariati marchi, Corvi ha anche corso diverse Mille Miglia. Quelle vere: Brescia – Roma – Brescia e ritorno, inghiottendo l’Italia sulle statali. Ricordi precisi, indelebili. Quando lascio la città emiliana il mostro della pianura tenta di prendermi per qualche ora, nella dimensione parallela dei lunghi tratti-tutti-dritti percorsi a piano gas. Gli sfuggirò anche questa volta.
Arrivato alle porte da Torino la potente, veloce e sicura Vespa che mi accompagnato in questa due settimane ritorna il piccolo scooter cittadino, confinando anche i miei pensieri in una città che conosco bene.
Emergo dalle acque nelle quali mi sono tuffato il tre agosto, con addosso tutto il sapore della vita che ho attraversato.
Uscito da questo oceano umano, mi siedo sulla spiaggia. Penso ai 2.200 km percorsi ricordo e saluto riconoscente
Romano Bosio: viticoltore novantenne di Treiso (Alba) intervistato nelle Langhe: mi ha fatto capire il legame profondo con la terra che bisogna avere;
Giorgio Ziller, pescatore savonese di 75 anni intervistato nella darsena del porto vecchio di Savona: con lui ho pescato per decenni nel Mar Ligure;
Prospero Schiaffino, comandante di navi da trasporto di Camogli, 84 anni. Mi ha portato sulla rotta verso il Sud America, con la sua nave preferita;
Gianfandoni Tito, detto “Tati”, pilota di motociclette Gilera, 87 anni, Pontedera. Per andare veloce in moto, mi ha detto, bisogna “vedere” la prima la curva;
Giuseppe Cau, collaudatore e pilota di Vespa, 80 anni, Pontedera. Mi ha fatto rivivere un periodo epico del vespismo;
Cesare Meucci, contadino di Siena di 83 anni. Mi ha raccontato tutta la durezza della vita in campagna;
Giancarlo Valdinoci, sculture romano di 71 anni. Amore per la scultura e passione per la vita nella sua borgata di Roma;
Corradino Bianchini, tecnico specializzato dell’Aquila di 69 anni. La passione per il lavoro ben fatto. Un incoraggiamento speciale, sperando che tu e la tua famiglia possiate tornare nella vostra case presto;
Paolo Campanelli, pilota di motociclette di Pesaro, 78 anni. I racconti delle sue Milano- Taranto: un’ epoca perduta resa viva dal suo racconto;
Giovanni e Germano Coatti, Marina di Ravenna, 73 e 75 anni. Mi hanno raccontato la vita in Romagna, facendomi pensare al valore dell’ iniziativa;
Franz Dallago, guida alpina di Cortina d’Ampezzo, 67 anni. Con le sue parole scelte con cura mi ha regalato tutte le Dolomiti;
Carli Maria Aurora, albergatrice di Asiago di 68 anni. In lei c’è tutto l’altopiano di Asiago;
Alessandro La Rocca, insegnante di Terracina di Terracina di 72 anni. La logica dell’insegnare, umanità e grande passione per il lavoro;
Giorgio Corvi, pilota e meccanico di Piacenza di 72 anni. Una vita per i motori. Mi ha fatto rivivere il fascino delle Mille Miglia degli anni Cinquanta.
Un ringraziamento particolare a Lorenzo Fenoglio, Luca Novarino e Valentina Vaio, soci fondatori della Banca della Memoria che hanno appoggiato e sostenuto il progetto di questo tour 2009.
Saluto e ringrazio tutti coloro che mi hanno ospitato (e rifocillato) in questi 15 giorni, condividendo e supportando con me i valori del progetto “Banca della Memoria”.
Andrea Vero & famiglia a Treiso (Alba)
Chiara Mani (e i suoi amici) a Pontedera (Pisa)
Cristina Putti (con amici) e Francesca Guerrini a Siena
Diana Corsini & Jack a Roma
Stefano Mangiarotti a Marina di Ravenna
Gianni Mangiarotti ad Asiago

Gianni Corvi, una vita per i motori
TOUR ITALIA IN VESPA 2009: DALLA NONA ALLA TREDICESIMA TAPPA
August 16, 2009
DALL’ ATTO NONO ALL’ ATTO TREDICI: MARE, ALPI, PIANURA
MARTEDI’ 11, MERCOLEDI’ 12, GIOVEDI’ 13, VENERDI’ 14 E SABATO 15
Pesaro sa ancora di pioggia quando la lascio. E’ un martedì mattina e il sapore del sale si mischia a quello dell’acqua che lentamente evapora dall’asfalto. Un misto di fragranze che si incrocia a quello dei pini marittimi. Ricorderò oggi come il giorno della mitica “panoramica”, la bellissima strada che collega Pesaro a Gabicce Mare. Sempre sfuggita per motivi di tempo, questa strada era – nella mia immaginaria agenda motociclistica – segnata tra le cose assolutamente da fare. Siamo nel “regno” di Valentino Rossi: Tavullia, il paese nel quale è nato, è a pochi chilometri da qui. Su queste curve il mitico “dottore” ha costruito parte del suo talento. Sospesa tra il mare e il Monte Bartolo, la “panoramica” avvolge tra le sue curve. Impossibile resistere al suo abbraccio, fatto di mare e di terra. L’alternarsi di panorami mozzafiato dipinti a Est e a Ovest stordisce piacevolmente, grazie anche all’assenza di grandi centri abitati. Ci si riesce a divertire anche con i pochi cavalli della Vespa, il gioco delle traiettorie e dei raggi di curva non fa dipendere dalla potenza a disposizione il piacere di guida.
Mi sto avvicinando ad un concetto, quello del mare, solo sfiorato qualche giorno prima durante la discesa versa Roma. Un’idea, quella della distesa salata, interrotta dai rudi Appennini laziali e abruzzesi. Rimedierò alla grande in questi giorni, sostando anche un giorno a Marina di Ravenna. I numeri del contachilometri dicono un cifra non coerente con il giorno: la mancata sosta all’Aquila mi ha permesso di anticipare di un giorno il rigido programma.
Come un’immaginaria macchina del tempo, la Vespa mi porta dove teoricamente sarei dovuto arrivare il 12 agosto. Questo mi permetterà di dedicare la giornata di oggi alle interviste, lasciando quella di mercoledì 12 il compito di realizzare il concetto astratto della distesa di acqua salata.
I protagonisti di oggi sono i Gianni e Germano Coatti. Nati nella campagne di Alfonsine, a pochi chilometri di Ravenna, si sono poi trasferiti a Marina di Ravenna negli anni Cinquanta. La vita nelle campagne romagnole negli anni Quaranta, la scelta di cambiare mestiere, lo sviluppo dell’industria del turismo a Marina di Ravenna sono stati i temi affrontati nelle circa due ore di conversazione.
Nei loro racconti emerge la storia profonda di questa località, separata da Porto Corsini dall’omonimo canale. La vita a Marina di Ravenna scorre obbedendo alle moderne leggi della natura umana. Tanta gente d’estate, quasi nessuno d’inverno. L’incontrario di un fiume naturale.
A lungo ne parlo con Stefano Mangiarotti, l’amico fraterno che mi ospita in questa tappa. Il nostro punto di osservazione, ulteriormente migliorato dalla conoscenza della famiglia Coatti, ci rende più consapevoli del posto.
Dopo quasi due giornate di mare è ora di puntare le ruote della Vespa verso ancora Nord. L’affondo nelle regioni più settentrionali d’ Italia è rapido. Avviene tramite la statale Romea, nastro d’asfalto che taglia le Valli di Comacchio e il delta del Po. In un attimo sono nel profondo Veneto, a Susegana. Qui mi aspetta Flavio, un amico vespista che mi accompagnerà fino a Longarone. L’ approccio verso questo paese è accompagnato da molti pensieri relativi al disastro del Vajont del 9 ottobre 1963. Nel primo pomeriggio mi aspetta Carolina Teza. La diga guarda ancora Longarone, chiude la Valle del Vajont. Quello di questa valle non è un discorso semplice da affrontare. Merita tempo ed attenzione. Carolina mi parla, invitandomi a documentarmi meglio. In fondo, penso, ho intrapreso questo viaggio sul filo del ricordo per poter comprendere. E’ anche scritto nella polo che Luca Novarino mi ha dato prima del viaggio. Nella complessa realtà della storia italiana un fatto come quello del Vajont non si può e non si deve ignorare o trattare superficialmente, affidandone la comprensione soltanto a ciò che viene abitualmente scritto o detto. Per strana simmetria il tempo atmosferico di Longarone ricorda quello incontrato all’Aquila: cielo vagamente cupo e pioggia.
La salita prosegue. Mi fermo a Pieve di Cadore. In poche ore sono passato dal clima spensierato ed allegro di Marina di Ravenna a quello “intenso” di Longarone. Dai bikini delle ragazze alle pedule e ai maglioni di lana. Il contrasto climatico, umano e geografico mi fa rendere conto ancora una volta delle diverse anime dell’ Italia.
Il giorno dopo, venerdì, mi aspetta Cortina D’ Ampezzo. La “perla della Dolomiti” è adagiata tra le montagne. L’appuntamento per l’intervista di oggi, già pianificato da fine luglio, è l’emblema della vera Cortina. Lontano dagli Sport Utility Vehicle, dalla mondanità fine a sé stessa, dal potere del denaro e dall’artificiosità della città portata ad alta quota c’è ancora una Cortina che parla di mitici scalate, di stalle piene di mucche, di prati e di monti. Chi pronuncia profonde parole sulle Dolomiti e Franz Dallago, una delle guide cortinesi con più esperienza. Franz fa parte del “Gruppo Scoiattoli di Cortina”, gruppo di mitici scalatori fondato nel 1939. Franz parla delle “sue” montagne ricordando le arrampicate più belle e il cambiamento che ha conosciuto Cortina in sei decenni. Sono le nove e mezza del mattino e ho già finito l’intervista. Dallago devo andare a “vivere” le sue montagne. Anche io devo proseguire il discorso con la memoria. Salgo sul passo del Giau per poi dirigermi verso Asiago. Salire sull’altopiano è un viaggio quasi metafisico. E’ un mondo a parte, fatti boschi, favole e canzoni di origine cimbra. Ad assecondare questo monto fantastico contribuiscono anche le strade che portano nella terra dei Sette Comuni. Quella che faccio ti stacca dalla terra improvvisamente, facendoti allontanare sempre di più dalla pianura.
Una volta arrivato ad Asiago mi dirigo casualmente verso la locanda Aurora. Non potevo capitare in un posto migliore: la signora Aurora, proprietaria dell’albergo, mi racconta di Mario Rigoni Stern, della sua vita di lavoro sull’Altopiano e della vita in queste zone negli anni Quaranta e Cinquanta.
Il giorno di ferragosto intervisto Sandro. Insegnante di Terracina, è qui per festeggiare il compleanno della figlia Anna. Sono ancora accolto in modo caloroso dalla famiglia Mangiarotti: il pranzo da loro offerto mi darà le energie per arrivare fino a Lonato del Garda, in provincia di Brescia. Sono in anticipo di un giorno sulla tabella di marcia. Un giorno di riposo sul Lago di Garda precederà l’ultima intervista, prevista per lunedì 17 a Piacenza.
Un ringraziamento particolare alla famiglia Mangiarotti, per l’accoglienza che mi ha offerto ad ogni quota: dal mare di Marina di Ravenna all’Altopiano di Asiago.

La Vespa Memoro sul traghetto tra Marina di Ravenna e Porto Corsini

Il canale che divide Marina di Ravenna da Porto Corsini

Flavio, mio compagno di viaggio tra Susegana e Longarone

Franz Dallago di fronte alle Dolomiti di Cortina

La Vespa Memoro sul Passo del Giau

La signora Aurora di fronte all'ingresso del suo albergo
Der Rhein und NRW im etwas trägen August
August 14, 2009
Zum ersten Mal war ich für “Memoro – Die Bank der Erinnerungen e.V.” per PKW unterwegs, diesmal nicht per Flieger oder DB, oder gar per Vespa, wie der Kollege im Moment in Italien. Die Tour ging von München nach Düsseldorf-Hamm-Köln-Bonn sowie an kleinere Orte, wie Rheinbach in der Vordereifel, und Rheinbreitbach und Bad Honnef, dem Wohnort Adenauers, mit vielen wunderschönen, alten Fachwerkhäusern. Viele für mich persönlich bekante Orte, da ich in Bonn geboren wurde, am Rhein ein paar Jahre gelebt habe und dort zur Schule gegangen bin.
Es haben sich viele neue Kontakte ergeben, eine Fortsetzung folgt wahrscheinlich im Herbst. Jedoch merke ich, daß meine lieben älteren Landsleute doch introvertierter sind als die Menschein in Bella Italia, insbesondere wenn sie das Internet nicht kennen.
Ich lasse jedoch lieber die Bilder und die Clips für sich sprechen. Freuen Sie sich auf die kommenden Clips, es sind berührende, beklemmende und humorvolle Beiträge dabei, die mich bestärken an diesem Projekt weiter zu arbeiten! Wunderschön sind z.B. die Fotos des japanischen Zen-Gartens aus Bad Honnef.
Einen wunderschönen August weiterhin!
Nikolai Schulz
Memoro – Die Bank der Erinnerungen e.V.
- Villa Schaafhausen/Bad Honnef
- Villa Schaafhausen/Bad Honnef
- Bad Honnef
- Bad Honnef
- Bad Honnef
- Bad Honnef
- Bad Honnef
- Bad Honnef
- Vater Rhein
- Rheinbreitbach
- Rheinfähre Königswinter
- Rhein
- Rheinbach/Vordereifel
TOUR ITALIA IN VESPA 2009: QUINTA, SESTA, SETTIMA E OTTAVA TAPPA
August 12, 2009
ATTI QUINTO, SESTO E SETTIMO: ROMA, IL CENTRO ITALIA E IL TUFFO NELL’ ADRIATICO
SABATO 8, DOMENICA 9 E LUNEDI’ 10
O troppo lento o troppo veloce: non c’è regola nel mio girovagare in Italia. L’ adattamento alla dinamica tecnico-emotiva del tour mi costringe a saltare una tappa, quella di Perugia. E’ una decisione sofferta ma necessaria, presa quando mi rendo conto che la famosa somma di addendi già descritta in un altro resoconto non torna. Ne tolgo uno, Perugia, prima di andare a dormire. Al mattino, appena sveglio, devo decidere tra la via più tortuosa – la via Francigena – e quella più scorrevole, la Cassia. I dadi gettati nel mio cervello sono truccati, già tendono per quella più larga e diretta.
Le statali d’Italia sono come delle mamme lunghe anche centinaia di chilometri. Come una genitrice accolgono e coccolano i loro improvvisati figli, viaggiatori a due o quattro ruote. Non ha caso, penso, hanno nomi di donne. Aurelia, Cassia, Flaminia, Emilia. Nastri d’asfalto che ti fanno scorrere nell’Italia, lontano dalla moderna e veloce volgarità delle autostrade. La Cassia mi coccola per la prima volta in questo strano sabato mattina di una mattina d’agosto. La sveglia nel centro di Siena, la splendida vista delle campagne toscane, la Vespa che si scalda respirando l’aria delle vie delle contrade ancora deserte. La preparazione alla velocità è un rito mistico, una liturgia del motore, un atto piacevolmente pagano nella purezza della mente. Questa volta è perfetta: l’insetto meccanico borbotta scoppiettando nelle strade di pietra. Il primo incremento importante di giri avviene appena fuori le mura, dove l’antica pietra lascia il posto al moderno asfalto. E’ anche un passaggio di consegne tra la velocità naturale permessa dai perenni pezzi di roccia a quelli chimici del bitume. I primi allunghi, il motore che risponde, il ritorno ad una sensazione abbandonata il giorno prima. I riferimenti spazio-temporali mutano, la testa avverte il vento e adegua riflessi e colpo d’occhio. Cassia è perfetta, con raggi di curva disegnati a mano libera da un Michelangelo delle strade. Azzecco ogni traiettoria e ogni cambiata, la campagna accompagna la cavalcata meccanica che mi porta in un attimo fino al confine con il Lazio. Ad Acquapendente, vicino al lago di Bolsena, incontro un gruppo di appassionati di motociclette storiche, già conosciuti tempo fa per motivi di lavoro.
La strada per Roma è ancora lunga e il caldo aumenta. Cassia mi guida fino alle porte della capitale, dove trovo ad accogliermi Diana Corsini. Roma rappresenta un’importante tappa logistica prima del “taglio” da Ovest a Est negli Appennini con annessa sosta all’Aquila. Diana, la cui madre era stata intervistata da Angela Canizzaro, si organizza per permettermi di intervistare qualcuno. L’intervista della domenica mattina è fatta a Giancarlo Valdinoci. Con lui affronto diversi temi, tra i quali quello dell’evoluzione delle borgate intorno a Roma. Tomba di Nerone, il posto dove siamo, fa ormai parte della città. Cassia è stata inglobata dalle case dei quartieri residenziali. Le vecchie abitazioni più volte ampliate sono nascoste dai palazzi più grandi. Giancarlo è una delle memorie storiche del quartiere: grazie a lui e ad altre persone si può risalire a cose ormai lontane.
L’Abruzzo chiama. Una volta salutato Valdinoci c’è solo tempo per ricaricare la telecamera e mettersi le ruote sulla statale che da Roma porta a Rieti. Il centro d’Italia – pochi lo sanno – è in una piazza di questa città laziale: un disco in pietra in uno spazio ristretto. L’avvicinamento all’Aquila è accompagnato da un cambiamento del tempo: non c’è più il sole ma nuvole e qualche goccia di pioggia. L’appuntamento per l’intervista è presso il campo San Giacomo, gestito a livello logistico dalla Protezione Civile di Torino. Con Corradino Bianchini parlo dell’Aquila, senza però toccare inizialmente del terremoto. La storia di quest’italiano nato nel 1940 non è iniziata qui ma a Tripoli, luogo in cui ha visto la luce. La chiaccherata verte sullo sviluppo sociale ed economico dell’Aquila tra negli anni Cinquanta e Sessanta e del suo lavoro alla Siemens. Non voglio pesare “logisticamente” sul campo e dopo aver salutato i responsabili mi dirigo verso l’Adriatico, tuffandomi metaforicamente nella seconda parte del tour. Il contrasto tra i silenzi dell’Appennino e l’affollamento della costa est dell’Italia è veramente grande. E’ sera tardi, il traffico è intenso. Dormo a Porto San Giorgio per affrontare con serenità il balzo del giorno successivo, quello che mi porterà verso Pesaro.
La statale Adriatica il giorno dopo mi fa scorrere lungo il mare. A Pesaro, sul lungomare, annuso l’odore del sale. E’ il giorno del Registro Storico Benelli. La Pesaro dei motori mi accoglie in uno dei posti che hanno più segnato la storia industriale di questa città. Nella parte rimanente dello storico stabilimento della Benelli mi aspettano Paolo Marchinelli, Paolo Prosperi e Paolo Campanelli. Quest’ ultimo è stato uno dei piloti pesaresi più famosi. La storia di competizioni come la Milano-Taranto risuona nelle stanze del Museo delle Officine Benelli. L’eco dei motori immaginati in quell’ora c’è anche nella stanza dell’albergo dove riposo prima del balzo verso la Romagna.
Ringrazio Diana Corsini per l’ospitalità a Roma. Incoraggio l’Aquila nel momento di una delle sue sfide più dure. Saluto e ringrazio il Registro Storico Benelli per avermi fatto conoscere molte cose della storica motociclistica di Pesaro.

Il Duomo di Siena e la Vespa Memoro

I guzzisti e la Vespa Memoro

Io e Jack, il cane di Diana

Giancarlo Valdinoci, il poeta della materia

Verso l'Abruzzo

La costruzione delle case antisismiche all'Aquila

Il personale torinese della protezione civile nel campo San Giacomo

Paolo Campanelli, pilota pesarese

Giancarlo Morbidelli, Paolo Prosperi e Paolo Marchinelli nelle Officine Benelli
TOUR ITALIA IN VESPA 2009: QUARTA TAPPA
August 8, 2009
ATTI QUARTO E QUINTO: TOSCANA, INDUSTRIA E TERRA
GIOVEDI’ 6 E VENERDI’ 7
Il confine tra la Liguria e la Toscana, meno netto e preciso di quello tra il Piemonte e la regione di mare che ho appena lasciato, è un fatto di pianura. Non c’è da aprire un nuovo capitolo, non c’è interruzione nella pagina. Dopo La Spezia la statale Aurelia perde la purezza delle curve e svolge funzioni di puro servizio. E’ un tratto di strada sempre complesso da fare, denso di traffico, caldo e rotonde. Non è pane per i miei denti. Arrivati a Pisa c’è il sollievo della veloce Firenze-Pisa-Livorno, che mi permette in breve tempo di arrivare a Pontedera. Della piccola città, patria della Piaggio e della Vespa, ho sempre avuto un’impressione superficiale. Decido di viverci per un giorno: per la prima volta dall’inizio del viaggio non mi muovo molto in Vespa. L’arte contemporanea e la riqualificazione urbana sono gli elementi che più caratterizzano Pontedera agli occhi del visitatore. La presenza della Piaggio, economicamente rilevante, non ha stravolto quelle che sono le normali abitudini sociali. C’è ordine e vivacità culturale: due segnali sociali importanti. Annoto e penso, sfruttando la sera per riorganizzare il bagaglio dopo tre giorni di viaggio.
Il giorno successivo è caratterizzato dalla storia delle due ruote. Il Museo Piaggio mi accoglie. Sarà il mio punto di appoggio di quel giorno. Chiara Mani, la bravissima responsabile dell’ Archivio Storico, ha organizzato le interviste nel Museo. Il primo con il quale parlo è suo nonno, Tito Gianfandoni. Chiaccheriamo di fianco ad una Gilera Saturno degli anni Cinquanta, simile a quella che ha utilizzato nel periodo in cui correva. Il tema delle gare motociciclistiche è quello dominante. Tito racconta le sue competizioni, mettendo più volte l’accento sui motivi della sua velocità: “Vedevo primo la curva”, dice. Penso che il colpo d’occhio e i riflessi all’epoca non erano solo questione di velocità ma anche di vita o di morte. Molte corse si svolgevano infatti sui circuiti cittadini, tracciati improvvisati nei centri urbani. Le cadute erano scongliate, vista la presenza di paracarri, lampioni e marciapiedi. Nel corso dei suoi 87 anni Tito ha incontrato anche la guerra, come quasi tutti gli uomini della sua generazione. L’ha vissuta sempre in moto, come portaordini nella zona del fiume russo Don. Mi colpisce positivamente la serenità con la quale l’anziano toscano mi racconta alcuni aspetti della sua vita. Sembra un grande fiume che scorre lento e tranquillo. Ogni tanto sulla sua superficie scivolano bellissime barche, i ricordi, sulle quali Tito mi invita a salire.
Dopo la Gilera è la volta della Vespa. Anche in questo caso a parlare è una persona che ha segnato profondamente la storia di questo mitico scooter: Giuseppe Cau. Nato e cresciuto a Roma e poi trasferitosi a Pontedera, è stato uno dei protagonisti delle vicende sportive della Vespa. Grazie al suo fisico da fantino e alla sua bravura Giuseppe ha vinto moltissime gare negli anni Cinquanta. Seduto di fronte ai mezzi che ha utilizzato nelle competizioni, racconta della vittoria nella durissima “Sei giorni” e delle successive esperienza come collaudatore. Tutte i modelli e le versioni della Vespa sono stati collaudati anche da lui. Durante l’intervista Giuseppe dipinge i suoi ricordi, parlando con passione e competenza della sua vita di lavoro. Si interessa alla mia Vespa, mi chiede del viaggio. Alla fine delle mie osservazioni dice: “Filippo, vada tranquillo, la Vespa è affidabilissima”. Una sicurezza non da poco, visto i lunghissimi tratti percorsi a gas completamente spalancato, unico modo per rimanere nelle tabella di marcia.La giornata si conclude con una splendida cena a Marina di Pisa.
Il mattino dopo, venerdì, parto per Siena. Ad attendermi c’è Francesca Guerrina, da tempo “simpatizzante” della Banca della Memoria. Ci troviamo vicino ad una porta della città, emblema “storico” di Siena. Ad aspettarci, in una casa fuori dalle mura, c’è Cesare Meucci. Contadino da una vita, mi racconta della durezza della vita nelle campagne di Siena. Vicende fatte di sacrifici, con intere giornate passate al lavoro senza l’ aiuto delle macchine. Cesare è molto appassionato del suo lavoro, ne parla con grande fierezza. Ancora una volta ad impressionarmi è la grande forza che la persona anziana è in grado di trasmettere. Un’ energia evidente soprattutto dalla forza della gestualità. Saluto Cesare e Francesca, prima di essere ospitato in una casa a due passi da Piazza del Campo. La cena con dei giovani senesi completa una giornata perfetta. Domani, la Cassia, la mitica Strada Statale numero due, mi porterà a Roma.
Ringrazio la Fondazione Piaggio e la curatrice dell’ Archivio storico Chiara Mani per la cortesia, l’accoglienza e la grande professionalità. Grazie a Francesca Guerrini a Cristina e ad Alessandro per la cena e l’ospitalità a Siena.

Tito Gianfandoni al Museo Piaggio con la Gilera Saturno da corsa

Cesare Meucci e Francesca Guerrini, amici senza età

- Giuseppe Cau al Museo Piaggio con le Vespa utilizzate nelle corse



























